Come Giovanna Zucconi domò Battiato

giovanna zucconi

Domani - 1° maggio - in edicola sull’Opinione.

Gargantua di Giovanna Zucconi è un talk-show sui libri con grandi ospiti, anche performanti (come Stefano Benni della puntata di questa settimana, che si legge da solo che è un piacere), e una conduttrice leggermente troppo timida per sfondare.

Giovanna rappresenta in una Rai Tre sempre attenta alle minoranze l’estetica della compagna di università dai lunghi treni e dalle occhiaie malissimo nascoste, un’Anna dai capelli rossi senza neanche l’attrattiva dei capelli (che ora le sono biondi e a caschetto), ma tante letture da consigliare. Questo è un limite che non permette allo show di decollare quanto dovrebbe. Non che potrebbe in alcun modo competere con Cultbook di Stas Gawronski o a Tutto Volume di Daria Bignardi. Ma questi sono rispettivamente uno un programma di Rai Edu condotta da un paraculo di cultura e l’altro era una creatura di Daria Bignardi di troppi anni fa.

Per il resto, a Gargantua non manca niente: bella musica, suonata e cantata dal vivo, studio accattivante e grossi contatti con i tipici ospiti inospitabili, che non andrebbero da nessuna altra parte in televisione, e vengono qui perché non sanno esattamente di cosa si tratti. E’ suggestivo l’ingresso di questi ospiti tutti in coro, insieme alla conduttrice e a qualche orchestrale, fra cui non c’è il sosia di Franco Battiato e del citato Benni, ma loro due in carne ed ossa, che probabilmente non si parlerebbero neanche se imprigionati insieme da mesi in casa della Zucconi con la Zucconi. Ma il bello di questo - manco a dirlo - pantagruelico contenitore di cultura è proprio quello di saper mescolare apparentemente male le distanze più evidenti, e poi intervistare proprie redattrici mentre la tensione cala o sale secondo l’umore di Battiato. Continua a leggere ‘Come Giovanna Zucconi domò Battiato’

Community, di recupero della tv dei ragazzi cresciuti

community all music

Pezzo di domani (torno ad anticiparvene qualcuno, era un po’ che ero pigro) su l’Opinione.

Community su All Music (il concorrente principale di MTV in Italia) è un contenitore per giovani fatto da giovani, e per giunta dotati di quel necessario spirito autocritico che permette loro di realizzare una videosigla bella come quella che hanno. E non sprovvisti, d’altro canto, di quella provvida attenzione alle novità (musicali, pseudoculturali, di costume) perché anche anche i giovani sfortunatamente sprovvisti del suddetto spirito finiscano comunque per vederlo, entusiasti.

Quella sigla è un autentico patrimonio per qualunque teenager: il decalogo delle cose da fare per essere consdiderato alla moda, o da evitare come una compagna di classe pariola se si vuole invece risultare alternativi. Una specie di spartiacque, una sottile linea multicolore fra quei due mondi in perenne rotta di collisione, che a volta si chiama anche amore. Numero uno: fare il dj, o fare finta di essere un dj, in generale, o vestirsi come un dj in particolare; secondo: indossare gli occhiali da sole all’unisono coi propri amici più intimi; terzo: considerare il cellulare una metafora del cuore (e qui ci siamo, effettivamente). Si prosegue poi, in ordine di importanza, con: disegnare sui muri, con la bomboletta, segni grafici che paiono astratti, ma in realtà sono una rappresentazione chiara di se stessi (l’animazione rende i graffiti un ritratto del graffitaro); pomiciare con chiunque; suonare molti strumenti musicali; indossare jeans a vita bassa che mostrino l’inizio della linea di demarcazione fra le natiche.
Community è un programma che parla di tutto questo col lucido sulle labbra: sereno, poco importa se i conduttori hanno superato da qualche decennio il tempo delle mele. E’ semplicemente tutto molto simile a uno di quei film in cui Cristiana Capotondi fa la liceale, e che poi fanno il pieno di incassi e rivalutano la comicità di Giorgio Faletti dopo che era stato rivalutato come scrittore. Continua a leggere ‘Community, di recupero della tv dei ragazzi cresciuti’

Sulla finale di Amici

maria de filippi

Domani in edicola sull’Opinione nella solita rubricaccia.

Finalmente, anche quest’anno, il vincitore immorale di Amici, cioè quello vero (niente da dire sulla sua dirittura etico-professionale, se avesse una professione) è Marco Carta, il favoritissimo delle signorine in età da Maria De Filippi di ogni ceto e razza (ed età, del resto). Quello morale, come direbbe anche il più timido dentro ma Sfondrini fuori, fra gli autori del talent show di maggior successo in Italia e qualche repubblica balcanica di recente formazione, è stato naturalmente il pubblico, come avere dubbi a riguardo.

Tanto per Roberta Bonanno, quanto per Pasqualino Maione o per Francesco Mariottini, dunque - per quanto vi invitiamo a memorizzare questi nomi (se non saranno prontamente sostituiti da pseudonimi anglofoni anni ‘80, per ovvii motivi di difficoltà a memorizzarli) - non c’è stato scampo: il televoto che tutto può li ha resi sconfitti e probabilmente anche qualcosa in più. Invece di non vincere semplicemente 300.000 euro e uno stage a New York di un anno, dovranno prestare il loro volto ad alcune campagne pubblicitarie di prodotti della Fascino, la nota impresa a conduzione familiare di Maria De Filippi e Maurizio Costanzo. Oltre il danno economico e il debito formativo, anche la beffa dantesca.
Per il resto, una finale strappalacrime come pochi, con due picchi di liquido: i quattro momenti in cui ciascuno dei quattro finalisti viene esposto ai suoi genitori, dalla solitudine del residence di charme in cui risiedevano in tutta segretezza nei giorni precedenti al grande evento; e naturalmente la proclamazione del vincitore annunciato.

Prima del primo rvm dal residence, momento rarissimo di interazione fra Fiorello e Mediaset, quando l’istrione di Radio 2 lancia una specie di benedizione papale nei confronti del programma di Maria.
Nella giuria della finale non mancano Carla Fracci in persona e alcuni videogenici produttori musicali italiani, fra cui il noto Saverio Marconi dei tanti musical, un genere che sembra improvvisamente essere risorto - o quantomeno non morto - grazie anche alla linfa zombie che trasmissioni e pubblici come quelli della Fascino hanno saputo creare e alimentare forzosamente, nel giro di numerosi anni in cui non si proponeva praticamente altro di nuovo in tv. Continua a leggere ‘Sulla finale di Amici’

Roberto del Grande Fratello è un nuovo vecchio-povero

roberto mercandalli

Anteprima del pezzo sull’Opinione di domani, sullo sputtanamente del concorrente cumenda del Grande Fratello 8.

Novità di livello attendevano gli appassionati all’atteggiamento da milanese benestante di Roberto Mercandalli, una volta eliminato dal Grande Fratello e dato in pasto, da una parte, ad Alfonso Signorini (opinionista nello stesso show) e dall’altra a Valerio Staffelli di Striscia la Notizia.

Prima su tutte: il noto Roberto, detto Cumenda per via del suo modo molto ripetitivo e sospetto di vantarsi delle sue ricchezze nella vita mentre era bloccato nella reality televisiva, e per giunta per mezzo di guanti in pelle infilati nel taschino della giacca, non sarebbe affatto uno fra i tanti lombardi arricchiti male degli ultimi decenni ma, molto probabilmente, il primo milanese cazzaro della storia della tv. Risultato decisamente più originale e, in definitiva, più passibile di longevità televisiva, ma forse troppo per alcune migliaia di italiani che lo avevano additato come un modello e che avevano cominciato ad imitarne il modo di approcciare le donne del popolo o di indossare il cappotto in casa.

Effettivamente, l’essere cazzari è una categoria dello spirito (o della mancanza di esso) per anni ed anni prettamente di competenza dei romani o dei napoletani (attribuzione che nemmeno lo spessore di certi film “sociologici” con Renato Pozzetto e Christian De Sica osava sfidare). Finalmente, un giovane uomo l’affranca da una denominazione di origine che cominciava ad andarle stretta. Continua a leggere ‘Roberto del Grande Fratello è un nuovo vecchio-povero’

Online il nuovo sito del Crazy Marketing Network

Leonardo De Nardis, Alex Badalic, Claudio Vaccaro e Camillo Di Tullio l’hanno fatta grossa, questa volta e, senza che il vecchio blog di Crazy Marketing Network (il primo network italiano di blog tematici dedicati al marketing, guerrilla, viral, innovativo) che hanno fondato solo 6 mesi fa perdesse un colpo, nel frattempo, hanno lavorato sodo perché proprio oggi quello nuovo potesse apparirvi in tutto il suo splendore nel giorno del suo lancio.

Lo trovate all’indirizzo, nuovo di zecca: www.crazy-marketing.it. Qui sotto, invece, trovate un video che hanno scelto per il primissimo lancio, sulla falsariga dei Mac vs. Pc con cui la Apple ha cambiato una o due norme del marketing comparativo. Godetevi il tutto non convenzionalmente.

Credits:
Agency: Socialware
Players: Filippo Giardina e Mauro Fratini (NonRassegnataStampa.it)
Director: Luca Mobilio

Parte Naked News Italia, le veline scartate prendono il potere

naked news

Domani pezzo sul lancio di Naked News Italia, per la rubrica “Etere & Cloroformio” sull’Opinione.

Alcuni analisti del settore sono ancora esterrefatti di come siano stati nient’altri che dei canadesi a inventare Naked News; a renderlo un prodotto relativamente di culto in America e, da oggi, a esportarlo addirittura in Italia, sebbene ancora non possiamo dire con quale tipo di soddisfazione del pubblico nostrano.

Naked News è un servizio che debuttò nel 2000, trasmettendo da Toronto il primo programma di informazione condotto da donne o uomini (soprattutto donne) che si spogliavano progressivamente e del tutto durante la lettura delle notizie del giorno.
All’inizio sarebbe potuto sembrare solo un’appendice particolarmente intellettualizzante di qualche rullo videoerotico, magari di sottofondo a linee hard, ma ben presto gli spettatori nordamericani cominciarono ad affezionarsi a questi mezzobusti per una volta a figura intera, e che figura.

In realtà, Naked News potrebbe anche intendersi filosoficamente come un piccolo ma efficace movimento di liberazione del giornalista televisivo, una delle poche figure sul piccolo schermo ad essere ancora costretto in una metrica esatta e rigorosa, senza possibilità di scampo dalla solita inquadratura e un look che non potrà mai somigliare in alcun modo a quello anche solo di un Magalli, per non parlare di un Giletti. Continua a leggere ‘Parte Naked News Italia, le veline scartate prendono il potere’

Tricarico dalla Bignardi

tricarico bignardi

Anticipazione per gli amici più intimi del solito pezzo di televisione, che esce domani sul quotidiano l’Opinione. Come sapete la rubrica esce ogni giorno, ma qui anticipo solo gli articoli che penso possano interessarvi di meno, per spirito di dominazione.

Più gente strana intervista e più la specialità di Daria Bignardi sembra essere diventata quella di intervistare solo gente strana, o di difficile comprensibilità o comprendonio. Di questi tempi, è ormai più semplice intervistare la figlia intelligente di Berlusconi che certi cantanti fuori dagli schemi. Così, la missione di Daria, per la l’ultima puntata, trasmessa venerdì scorso, è stata quella di intervistare Tricarico, il cantautore timido dall’infantilismo espressivo colto.
L’autore del grande successo di “Io sono Francesco” (2000), che non disegna le tematiche sociali più invise a Gigi D’Alessio, e scomode perfino ai truccatori di Anna Tatangelo, è stato per lunghi anni completamente assente da qualunque tipo di salotto televisivo.

Ora, che è reduce da un mini-tour televisivo che lo ha sentito finalmente parlare - è passata alla storia del Festival di Sanremo la sua parolaccia microfonatissima rivolta a Chiambretti dopo qualche sfottò di troppo rivolto al suo carattere chiuso; lo stesso non può dirsi per la sua comparsata a Quelli che il calcio – Tricarico ha deciso di concedersi anche un’autentica intervista barbarica, su la7. Continua a leggere ‘Tricarico dalla Bignardi’

Il dottor House è stato un damerino londinese

La scena che preferisco di gran lunga, per ora, in tutte queste puntate che mi si sono rivelate da quando so che dai libri di P.G. Wodehouse nel 1990 fu realizzata una serie televisiva, intitolata “Jeeves and Wooster”, è la seguente.

Bertie Wooster, il giovin signore londinese che vive in simbiosi col suo valletto Jeeves (tanto acuto, sapiente, solutore che diede il nome a un motore di ricerca degli albori del web: “Ask Jeeves”), si trova a dover fare un’ambasciata per conto di sua zia Agatha, presso una camerierina che il fratello della zia, un vero Lord inglese, si trova a desiderare ardentemente di sposare.

Lo scopo della visita è quella di offrire cento sterline alla giovane perché rinunci a sposare il gentiluomo, dato il dolore che quell’unione provocherebbe nella sorella di lui. Bertie viene però accolto dalla madre della camerierina, che lo scambia per un medico e gli propone di esaminare un suo ginocchio dolorante, nonché gli propone di dare un’occhiata anche al suo didietro stagionato. E’ troppo per Wooster, che con una scusa più o meno galante delle sue, riesce a fare sapere nel modo più comico ed elegante possibile che è molto, molto lontano dall’essere un nuovo medico in servizio.

Perché tutto questo mi ha fatto morire dal ridere, più ancora che per il solo fatto di essere estremamente esilarante di per sé? Perché nient’altri che Hugh Laurie, l’uomo Doctor House, interpreta il giovane Wooster, ed effettua sul ginocchio della signora la sua prima diagnosi molto creativa della carriera da attore. Stracult è dire poco.

Spero presto di avere un qualunque motivo per parlarne nella mia rubrica di televisione sull’Opinione.

Californication e i due mestieri degli uomini di immaginazione

Domani comincia anche in Italia (su Jimmy) la serie Californication, cui ho dedicato l’articolo di domani sull’Opinione.

L’interessantissima Showtime, già produttrice di Dexter (lo show con l’ematologo violento e killer gentiluomo) sbarca in Italia con Californication, la serie umoristico-letteraria che ha affrancato David Duchovny dal ruolo di Fox Mulder in X-Files – cosa che a lui non era riuscito di fare neanche con una trafila di filmetti orrendi, e certo non la comparsata in Sex & The City, del resto.

Questa volta l’attore, laureato a Princeton e a Yale, interpreta in ruolo di uno scrittore piuttosto in crisi di ispirazione, ma fortunatissimo in amore. Troppi romanzi non gli vanno come dovrebbero, di uno si decide di farne un film e decide di trasferirsi da New York in California, intraprendendo una nuova carriera parallela di sciupafemmine avvinazzato e spesso fumato. Da qui il titolo della serie, tratto a sua volta dall’album celeberrimo e omonimo dei Red Hot Chili Peppers, verosimile portmanteau fra lo stato della West Coast e la parola inglese che identifica l’atto preferito di un numero cospicuo delle sue abitanti, a quanto pare.

A Los Angeles Hank Moody (il cognome letteralmente significa “umorale”) comincia a tenere un blog per una rivista alla moda (indimenticabile il momento in cui gli si propone il lavoro, atteggiando la bocca a conato di vomito mentre si pronuncia la parola “blog”) e a cercare di risolvere il suo rapporto altamente conflittuale con la moglie e la figlia andando di fiore in fiore, probabilmente con l’idea di rendersi conto a un certo punto della faccenda che non c’è niente di meglio del proprio alveare, ma con una certa maggiore cognizione di causa. Continua a leggere ‘Californication e i due mestieri degli uomini di immaginazione’

Costume e società ai tempi dei coniugi Vianello

Domani in edicola sulla puntata speciale di Tg2 Costume e società dedicata a Sandra e Raimondo.

Senza l’apporto fondamentale del Tg2 Costume e società, come faremmo a sapere che il mondo sta cambiando, in generale; o che la Chiesa cattolica tiene all’ecocompatibilità, nel particolare? O che Sandra e Raimondo sono parte tanto del nostro costume quanto della nostra società?

Martedì, effettivamente, è proprio la coppia decana della televisione autobiografica a essere la protagonista assoluta della puntata della rubrica del Tg2 decana della carenza di ispirazione per contenuti. Si riflette, dal salotto di casa loro, su come parte di quello che vediamo oggi in televisione sia dovuto alla mancata osservanza dei loro insegnamenti. Non è una facezia o una boutade, per l’autore del servizio, e la dimostrazione della sua tesi avviene con alcuni filmati di repertorio sapientemente scelti, tratti perlopiù da verità con Sandra che gioca con un palloncino o Raimondo che parla romanaccio.

Cose che se avvenissero ai tempi nostri, in un sol colpo, abbatterebbero con sicurezza da taglialegna le fondamenta degli odiati reality, del faticoso infotaiment, quanto del tremendo cultural gossip, che è trasversale alle due categorie sopracitate. Almeno secondo il nostro giovane ed elegante intervistatore.

Che sa sfottere magistralmente Raimondo, chiedendogli se fa sport, con la piccola ma comunque spassosa gaffe di non saperlo quasi bloccato per via di un incidente alle costole che quasi gli impedisce di respirare.
Non che i coniugi Vianello non meritino spazio in televisione, onorificenze o commemorazioni, come la bella e discreta apparizione sul palco di Sanremo non ha attestato. Sono stati un vero e proprio corso di telegenia morale in un periodo in cui si avrebbe bisogno di modelli come del miele dietetico sulle fette biscottate dei baretti Rai.

Il punto è che forse questo servizio monografico era troppo poco ispirato perfino per un duo che per anni ha fatto ridere – e anche relativamente a crepapelle – giovani dai 50 anni in su grazie alla sola gag dei piedi che scalciano sotto le lenzuola. Continua a leggere ‘Costume e società ai tempi dei coniugi Vianello’

Pagina Successiva »


Feed RSS

Badges

Blogarama - The Blog Directory Arts & Entertainment Blogs - BlogCatalog Blog Directory Sfondi Desktop Gratis per  Vista sfondo desktop

Mi avete fatto

  • 82,009 visite