Archivia per Novembre 2007

Benigni è tornato telegenico

Domani sull’Opinione versione completa.

Quando Roberto Benigni è in televisione, ed è particolarmente in serata (come è stato giovedì sera su Rai Uno, nonostante l’avvio comodissimo contro Calderoli: come sparare su una crocerossina morta), può riuscirgli perfino di non farci rimpiangere ancora una volta il primo Benigni, cui, purtroppo o per fortuna, non ci ha mai abituato. A tratti, può essere capace persino di farci dimenticare i suoi ultimi due film, o di ricordarci com’era un tempo, senza cercare di essere come era, come parlava, come stava sulla scena, alle prime apparizioni televisive; e godere delle differenze e delle maturazioni, rispetto ad allora, come si dovrebbe fare con ogni artista ancora in vita che non sia incappato in due degli errori principali che fanno anche i peggiori geni o i massimi guitti: imborghesirsi, o ripetersi all’infinito. Cosa che a Benigni è successa troppe volte perché non la smettesse, a un certo punto.

Effettivamente, la differenza con le comparsate a Sanremo o da Fabio Fazio, la fanno dei piccoli dettagli, ma fondamentali. Ad esempio, dedicarsi al pubblico senza un conduttore di cui palpeggiare o comunque minacciare le parti basse - cosa che poteva avere una ragione stilistica vent’anni fa – e non perché quegli anni fossero particolarmente illuminati dal punto di vista della possibilità di maneggiare parti basse, ma perché Benigni ne aveva una trentina, di anni, allora.

Oppure stupirci di come un comico nato possa essere in una sola sera e in una sola persona l’incarnazione di almeno due dei più celebri epurati Rai degli ultimi tempi: per non scomodare Enzo Biagi, almeno di Santoro e Luttazzi. Vale a dire farci ridere dell’attualità più flagrante, prendendola con filosofia, senza smettere di farci riflettere sulla comicità che è nell’attualità stessa, anche se la guardiamo con serietà. È dunque un opinionista e un satiro in uno, come forse riesce solo a pochi vignettisti italiani: Vincino, Vauro, Altan.

Giovedì Benigni non ha fatto ridere, insomma, perché parla un bel toscano pieno di parolacce, o perché sta sulla scena come una marionetta deformata dagli anni di utilizzo. Quando ha fatto ridere con la faccia, lo ha fatto perché lo doveva all’unione fra un testo ben scritto e pensato e un’espressione di esso misurata nel suo essere, comunque, fuori misura. Come un attore che non deve necessariamente farci sapere tutto quello che sa fare in una sola serata ma, concentrandosi su due o tre elementi (politica, politica, Dante) ci comunica tanto anche di quello che non sa, ma che riesce a farci immaginare.

Quando ha fatto ridere con la testa, invece, lo ha fatto grazie alla stessa gravissima situazione in cui ci troviamo, socialmente e politicamente, come può fare solo un satiro riuscito: non piangendosi o piangendoci addosso (alla Beppe Grillo, per fare solo un nome e un cognome) ma deformando la realtà sotto il peso dell’opinione che se ne è fatta e del suo espressionismo recitativo, rendendo irresistibile anche un accento romanaccio imitato malissimo, dando vita sulla scena alle tante intercettazioni di questi ultimi mesi e giorni, in pochi minuti, come intere saghe di Porta a porta non erano riuscite a fare (forse anche perché le ultimissime raccontano qualcosa anche di Bruno Vespa).

Eppure, abbiamo tanto sofferto per quel Pinocchio tremendo, al cinema, che per le prossime puntate, a dicembre, ci aspettiamo da Benigni ancora di più.

Pepsi mangia, bevi e cazzeggia

In quella romanticissima categoria delle fanta-campagne (come a dire non richieste, ma che qualche volta vengono scovate e poi comprate da committenti solo inizialmente immaginari) Flavia Brevi colloca questo suo lavoro in omaggio al brand Pepsi.

In cui il logo dell’eterna rivale della Coca-Cola finisce per: fungere da incentivo a Pacman perché mangi più palline gialle; si tramuti in nientemeno che nella pallina di una partita di Pong, e infine appaia come una sorta di Jolly onnipotente nello schema di una partita a tris.


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Blob, e il risultato cambia

Che ve lo dico a fare? Pezzo sempre di domani, sempre su l’Opinione.

Si sa che Blob (Rai Tre, 20.10), da sempre, ha il merito di mostrarci il lato cubista della televisione. Vale a dire quanto, cambiando l’ordine degli elementi – e soprattutto dei contesti – a disposizione, il risultato (il significato) cambi, eccome.
Blob è la rivincita del video sulla libertà interpretativa che ha solo l’immagine fissa, apparentemente statica di una foto. Immersi nel senso di una foto, possiamo navigarci in che direzione vogliamo; anzi, lo creiamo noi il suo senso di percorrenza: andata e ritorno, quando puntiamo gli occhi sull’immagine, e quando li distogliamo. E’ come una nostra ripresa, con camera rigorosamente a mano, dell’oggetto che guardiamo. Non esiste altra immagine di quella che è compresa fra questi due momenti, ed è diversa non solo da soggetto a soggetto che la guarda, ma anche lo stesso soggetto farebbe fatica a riconoscere la stessa immagine, se la guardasse con sincerità, in momenti diversi della giornata o della vita.

Il video, invece, e soprattutto la televisione, è un’immagine del mondo, dell’esistenza o di Luisa Ranieri, che è stata già sottoposta ad una di queste osservazioni creative, ed è stata cristallizzata, catturata per sempre in un RVM o diretta che sia, ad uso di gente (il pubblico) che quella stessa visione non ha avuto.
Questo, perché o quell’immagine – così interpretata – è particolarmente bella, e dunque meritevole di essere condivisa, oppure perché è particolarmente utile, e quindi degna di essere somministrata.
Blob ha capito questo molti anni fa, e la sua azione quotidiana è di restituire alla libertà di un proprio personalissimo montaggio l’immagine televisiva, da immobilizzata, per quanto in movimento, che era. E, soprattutto, invita il suo pubblico affezionatissimo a fare altrettanto, magari in scala più piccola, attraverso quello strumento d’opinione, sempre sottovalutato, che è il videoregistratore.

Detto questo, anche la puntata di martedì è stata magnifica. Il parallelo fra Adriano Celentano ed Emilio Fede, magistrale. L’uno che si abbevera, mentre parla, l’altro che produce saliva, e pure parla, sono un ecosistema perfettamente autonomo dal punto di vista dei liquidi. Due modi di reinventare due generi televisivi (il varietà e il telegiornale) attraverso un simbolismo fittissimo di rimandi, di collegamenti a due idee: l’uno il proprio disco appena uscito, e l’altro il proprio cantante preferito.

[...]

Twitter su CSI!

Ma avete visto? Ora la pula geek risolve interi casi di omicidio con Twitter!

“Elementare @Watson!”

Che comincino a intercettare presto anche dalle nostre parti i twit? Io, d’ora in avanti, non vi dico più niente, o mi rifaccio una vita: mi reinvento come giornalista bohemien, che passa la notte a scrivere in una stanzetta umida!

D’oh!

via

Una prima impressione sul Celentano di quest’anno

Anticipo parzialmente il pezzo di domani, sulla solita rubrica “Etere & Cloroformio“, che ho scritto sul programma di Celentano “La situazione di mia sorella non è buona”.

Fra le cose che deve farsi perdonare il presente show di Adriano Celentano, dite pure che c’è, innanzitutto, la sigla-strip, in cui i vestiti della ragazza che vanno via si incendiano al contatto col suolo. Dite anche che Fabio Fazio, per quanto sia bravo, non è che poi sia David Letterman apparso sulla scena in persona, e che quindi la sorpresa di vederlo interloquire con Celentano non è che sia poi così stupefacente, come il suo modo di guardarsi attorno in cerca di “ohhhhh” vorrebbe far credere.

Aggiungete che è tutto troppo lungo, e avrete forse elencato alcuni difetti, ma solo formali, di messa in opera, di un progetto altrimenti corretto nella sostanza e nella formula, che delegittimare gridando alla marchetta, come molto fanno, col 2008 alle porte, ci sembra francamente disonesto. Insomma siamo convinti che si possa parlare di questioni di gusto o di decoro, ma non certo di etica professionale (quale professione? L’interprete di canzoni, così soggetto a un mercato – quello musicale – in crisi di vendite e di ispirazione?).

Non dite dunque che la pratica dello spot monumentale all’ultimo disco in distribuzione – esteso alla durata di un intero programma in più puntate - sia codarda o, peggio, superata; soprattutto in tempi come questi, in cui la pubblicità è in soprattutto se è occulta, se è chiacchiera orchestrata in modo che sembri spontanea o, ancora, se è il classico redazionale di tg (che, del resto, c’è da dire che non mancherà mai ad Adriano, ma non è questo il punto). Nulla contro il marketing del passaparola, beninteso, se fatto a regola d’arte, ma neanche qualcosa contro quello più diretto e “spettacolare” del solenne marchettone, se intrattiene e non mente.

Di spontaneo, nella trasmissione di Rai Uno, dunque, c’è ben poco, ma non è affatto richiesto che ci sia qualcosa di naturale in uno show del genere. A parte la fiducia di una casa discografica nei confronti di un prodotto che ha realizzato, e il suo desiderio di investire anche in televisione, perché quel prodotto venga comprato dal maggior numero possibile di spettatori di Celentano.
“La situazione di mia sorella non è buona”, come la maggior parte delle fatiche televisive di Celentano, altro non è che questo: pubblicità di una certa qualità. Perché ad esempio, destruttura una canzone nella rappresentazione del suo paroliere (Mogol), dell’autore delle sue musiche e del suo interprete che dialogano prima della sua esecuzione, come nella figura di tre stati della materia (da esperimento scientifico), o tre età dell’uomo (più rinascimentale). Oppure perché Celentano canta bene.

C’è gente che la studia, la pubblicità televisiva, che ci scrive saggi fuorvianti o emozionanti; altri che la sottovalutano, o altri ancora che la venerano più del prodotto che proponga; gente che la guarda e compra, o che non la guarda e compra lo stesso. Celentano ha parlato del suo prodotto, ha più o meno interessato, venderà. Non dite che non ha fatto il suo dovere. Se per tutti gli altri non è stato un piacere, è tutta un’altra questione.

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Il Wall Street Journal si occupi di Wall Street

Ok, è certo: il Wall Street Journal ha il peggior critico di serie televisive della storia.

Leggete solo di come tratta Dexter, e poi ditemi se non ho ragione.

Lo ripeto in inglese casomai i linkati non mi capissero al volo, o prendessero fischi per fiaschi con BabelFish, nel caso proprio volessero controllare: “The Wall Street Journal is home of the worst tv series critic ever”.

Auguri alla Catepol

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L’unico comando da dare alle barriere

Grazie a Ludovico Minnelli, da un punto di vista più engagé, e al collega di network Francesco Caolo, per qualcosa di comunque doloroso, ma visivamente senz’altro meno sconfortante, ecco due immagini da confrontare.

israele barrier
red bull mexico

Due modi di superare le barriere architettoniche che vorrebbero rendere disabile, con la mente, anche chi non lo fosse nel fisico, proprio attraverso diverse menti, chi al servizio di una multinazionale, chi di una comunità affamata di autonomia.

via| artsblog

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Heidi e la pastorizia scomoda

Il Peter ottomano l’ha fatta grossa. Sempre innamorato come un pastore svizzerotedesco, ma stavolta geloso come un turco, della piccola Heidi vuole fare una perfetta musulmana, riducendo le sue ariose gonne a un burka immeritato, e soprattutto davvero molto poco pratico per la pastorizia.

Il governo turco ha infatti autorizzato una versione turchizzata del romanzo che tante bambine di tutto il mondo ha ridotto alla schiavitù da parte di nonni taciturni. In cui non ci saranno scuse: nelle illustrazioni, Clara, Heidi e la signorina Rottermeier non indosseranno altro che lunghe vesti simili a chador.

Povera Johanna Spyri, che certamente si starà rivoltando nell’attrezzatura per la fabbricazione della ricotta in cui è sepolta, idealmente, almeno secondo le menti di molte fan accanite.

(Però, ’sti turchi - fra l’altro, gli stessi editori del libro in questione - le guardano poi le donnine altrui)

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Che noia Celebrity Death Match

Questo pezzo esce domani sull’Opinione, sempre mia rubrica etc., però siccome domani è sabato e il webmaster non aggiorna il sito, di sabato, la versione completa la trovate solo lunedì online sul sito del giornale, se decidete proprio di non comprare uno dei quotidiani italiani che approfondisce di più sulla televisione (veramente).

Celebrity Death Match è uno show animato di Mtv che, dalla sua prima edizione ad oggi - che si è alla quinta stagione, e al decimo anno dalla prima messa in onda - non smette di peggiorare e di stupire per il fatto che un programma così povero di idee possa avere successo. Ogni puntata rappresenta degli incontri di wrestling mortale fra due o più pupazzetti che parodizzano delle star sopravvalutate nordamericane.

Di norma, quando qualcosa di scritto tanto male ha tanto seguito, in televisione, si tratta quantomeno di donne concretamente in forma, e quasi mai fatte di plastilina. E meraviglia anche il fatto che si riesca a sfruttare tanto male un tema, come quello dell’iperviolenza animata grossolanamente a scopo di comicità, che altrove, e basti guardare una puntata dell’ottimo cartoon Happy Tree Friends (che abbiamo scoperto recentemente con un articolo su TvBlog di Francesca Camerino), riesce ancora a fare riflettere sulla vita o morire dalle risate, secondo i giorni e i metabolismi.
Ciò che si nota nell’edizione italiana è la buona qualità del doppiaggio, in particolare della voce del telecronista non pasticcione realizzata dall’immancabile Pietro Ubaldi, che riesce puntualmente nel difficile compito di non perdere la pazienza e mandare tutto a monte facendo la voce del pupazzo Uan di Bim Bum Bam. Le gag di quello pasticcione, detto Nick Diamond, invece, sono sempre talmente povere e infelici che una delle migliori è quella dell’ultima puntata, in cui perde il computer portatile e dichiara più e più volte di non averci niente di compromettente, dentro, arrossendo e tremando per l’imbarazzo, al punto che arriviamo a sperare che l’incontro successivo inizi presto.

[...]

Il punto è che questa serie vuole metaforizzare il tipico scontro fittizio dei talk-show di mezzo mondo, di quelli che contrappongono due politici, attori o opinionisti dal vago curriculum che magari nella vita si adorano – o, comunque, non si picchiano – e che poi sulla scena devono litigare per copione.

Solo, farlo per dieci anni, sinceramente, è qualcosa che non ci sogneremmo di chiedere neanche a metafore di gran lunga migliori di questa, e non ci stiamo riferendo a roba sessuale e a Bruno Vespa.

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