Archivia per Dicembre 2007



Un anno di Non Rassegnata Stampa

E oltre 100 video, per un due satirico (Filippo Giardina, Mauro Fratini) che (presto) va in stampa, ma non si rassegna.

Un’esperienza estrema di satira, comicità, irriverenza,
ironia, musica e perversione per ricordarci che con la
volontà, la passione e l’impegno è possibile
immaginare qualcosa di diverso

La settimana prossima, infatti, ne scriverò per Etere & Cloroformio.

Berlusconi, Veltroni e la Cosa che sono

Bella puntata di Blob, ieri, che mi ha fatto scrivere questo articolo per la rubrica di domani.

C’è chi dice che si potrebbe sapere tutto di ciò che accade nella televisione italiana guardando solo un programma: Blob, con un “aiutino” supplementare da parte della Vita in diretta, quando realmente corrono mala tempora, o c’è un reality inguardabile in corso, su Rai Uno.

Quell’uomo della strada avrebbe certo la sua parte di ragione, stremato dal gioco di specchi del palinsesto nazionale, in cui le cose esistono e le azioni avvengono non più, solo, se sono trasmesse; ma soltanto se sono trasmesse, e ritrasmesse in una versione opposta alla prima, e il più possibile deforme e gesticolante.

Una nuova, memorabile puntata del programma ideato da Enrico Ghezzi, gli viene incontro, indagando sulla necessaria doppiezza costitutiva di ogni entità televisibile: obbligatoriamente scomposta in sé e il suo opposto, perfino più rozzo o maleducato. Come i Duellanti di Conrad si odiano, si combattono, ma in fin dei conti si ringraziano sempre, l’un l’altro, di esistere, perché se non fossero tutti e due al mondo, non lo saprebbe nessuno che faccia avrebbero, e come la pensassero sull’omicidio di Meredith o sul welfare. Ad esempio, gli ospiti dei talk-show sono scelti così, e vanno sempre in coppie di contrari: la modella e il vecchio parlamentare di lungo corso. Anche nei reality: ti picchio, ergo sum.
La tv, se ci fate caso, è un’immensa puntata di Forum, non sempre con Rita Dalla Chiesa. Solo, infinitamente meno interessante.

Ci sono dei duetti che rappresentano dialettiche fulgide come gli amori sacri e quelli profani della pittura: Veltroni e Berlusconi, ad esempio. Che, sì, vengono fatti nascere da un orribile corpo a due teste di qualche alieno di un film di fantascienza (scena di apertura) ma poi si separano completamente, e sanno vagare per metà della puntata di Blob in programmi, location, piazze diverse, per quanto rappresentino due facce della stessa moneta, antica come la politica, ma all’occorrenza nuova, come la terza repubblica: l’estremista moderato, e il moderato estremista.

Ci sono altri personaggi, invece, così tragici che presentano in un solo corpo e in una sola mente contorta, uno di quei duelli, e non solo perché hanno due cognomi: come don Gianni Baget Bozzo.

Blob ci fa soffermare sull’ultima, bellissima puntata di 8 e mezzo di Ferrara, in cui il sacerdote è ripreso mentre lotta come posseduto da una lingua non sua, che interrompe il fluire altrimenti limpidissimo dei suoi pensieri, come se il demonio che, certo, possiede il suo avversario, nell’altro riquadro del suo collegamento, si fosse divertito un po’ anche dalle sue parti, facendolo parlare - per qualche minuto di calo estremo degli ascolti - in una lingua sconosciuta anche a Massimo Cacciari, che se la ride da Venezia.

Ma il vero capolavoro è un altro momento, del Blob di mercoledì. La massaia della tipica pubblicità di detersivo per colorati, che si lamenta che i due colori della maglia a righe del suo figliolo: “a furia di lava, lava, era un bel capo; ma, ora, il nero, è un grigio topo, e l’altro colore, si incupisce”. Non avevamo ancora sentito dire una cosa così intelligente e veritiera al tempo stesso sulla situazione attuale del nostro tentativo nazionale di bipolarismo.

Le sigle di Desperate Housewives e di Dexter

Domani nella rubrica “Etere & Cloroformio” sull’Opinione parlo delle opening sequence capolavoro delle casalinghe e del perito ematologo numero uno al mondo.

Solo il fatto che la sigla di testa – che forse, è il capolavoro del suo genere - non sia cambiata di un fotogramma, è un motivo già di per sé abbastanza valido per guardare anche la terza stagione di Disperate Housewives, che è ripresa da martedì, in seconda serata, su Rai Due. Per tacere del fatto che le casalinghe in questione sono sì disperate, ma nel loro accasciamento morale riescono pur sempre ad essere uno dei seriali televisivi che invecchia meglio al mondo, dopo che anche Heroes, in seconda battuta, ci ha abbandonato qualitativamente (ma speriamo nella sua, di terza stagione).

Ogni serie come si deve ha nella sua “opening sequence” un manifesto che contiene spesso in nuce la maggior parte dei temi che tratterà. Come un prologo letterario, solo che, invece di essere scorto solo una volta, all’inizio dell’esperienza della lettura, nei serial viene ripetuto ad ogni visione. Fino a che, nella sua apparentemente immobile ripetizione all’inizio di ogni puntata, in realtà quel minuto e mezzo si modula e modifica di volta in volta secondo quello che dalla puntata appena cominciata ci aspettiamo, e quello che di tutte le altre ricordiamo - o nel caso di serial crudi come Dexter, vorremmo dimenticare.
Proprio Dexter (in onda il giovedì sera su Fox Crime) ha uno dei pochi opening paragonabili per qualità e intensità a quello delle casalinghe.
Dexter Morgan, il protagonista, passa metà della sua vita a cacciare assassini per vie legali, essendo perito ematologo per la squadra omicidi della Polizia di Miami. L’altra metà, a cacciare quelli che la stessa polizia non può o non vuole cacciare, con metodi del tutto illegali e spirito d’iniziativa da perfetto serial killer, a sua volta. Ferma restando la sua innata passione per il sangue.

Allora, i primi, geniali fotogrammi della sigla, a spiegarlo quasi in tutto: è a letto, dorme ancora, e una zanzara si posa sul suo braccio. Si sveglia, e ha qualche istante per fissare, come ammirato, come un collega che riconosca del talento naturale in qualcuno che, inizialmente aveva sottovalutato, per poi schiacciarla inesorabilmente con la mano. Il fatto che il nostro antieroe si gusti poi una bistecca semicruda di prima mattina, godendone come un Hannibal Lecter di bovini, è forse un’allusione meno sottile alla sua essenza, ma rende comunque perfettamente l’idea.

Il “manifesto” di Disperate Housewives è invece del tutto poetico. Colto, ma spesso comicamente, è una sequenza di parodie di fondamentali opere della storia dell’arte, che rappresentano la donna in momenti particolarmente convenzionali e codificati: Eva, Nefertari, una casalinga da manuale che maneggia la lattina di zuppa Campbell’s di Andy Warhol. Tutte sanno stupire, stravolgendo quelle convenzioni (proprio come del resto fanno le protagoniste del serial), e mostrarci tanto ciò che di violento ci può essere in qualcosa di apparentemente fragile, quanto di dolce e materno in qualcosa che pensavamo mascolinizzato per sempre.

Così, Eva ha un bel porgere il frutto sbagliato ad Adamo: un pomo OGM di proporzioni colossali sta per cadere in testa al suo coniuge: spada di Damocle che ci invita tutti a toglierci le travi dagli occhi, senza cercare pagliuzze dietro le lenti a contatto di tante mogli immeritate. Oppure, una delle tante donne-fumetto piangenti e sofferenti di Roy Liechtenstein, qualche fotogramma più avanti, si prende la vendetta che in moltissime aspettavano: ci mostra che nela vignetta successiva, che Roy non dipinse, c’è un cazzotto molto ben assestato, e da lei verso di lui.

Continua a leggere ‘Le sigle di Desperate Housewives e di Dexter’

Il protocollo welfare visto dai Bamboccioni

Il mio sempre incazzosissimo compatriota Federico Mello ha faticato su un altro scritto dalla parte dei giovani, non dico contro i nonni ma quasi. Lo vedo chiaramente mentre, Michael Moore che non ignora i pasticciotti, chino sul portatile, in un giorno di trasloco, lo intitola: Il protocollo welfare visto dai Bamboccioni, e poi magari guarda il season 2 finale di Heroes, invece di finire gli scatoloni.

La lettura del pamphlet, che ho appena terminato, mi è risultata più piacevole, da un punto di vista letterario, rispetto all’Italia spiegata a mio nonno (nonostante i refuso nella versione disponibile ad oggi), e al tempo stesso più incazzante, da un punto di vista invece emotivo e culturale. Proprio per questi due motivi gli auguro dunque fortune ancora maggiori di quelle dell’altro scritto, che pure ci sono state, eccome.

Non mi ritengo meno incazzato e bamboccione di Federico, per i motivi che elenca. Per alcuni sono leggermente meno incazzato di lui, ma lo capisco e prendo nota. Per altri lo sono di più, e mi mangerei le unghie se non avessi smesso.

Che i nonni e gli zii, un tempo così insospettabili e rassicuranti, come delle bamboline prima di ammazzare qualcuno, in qualche edizione di Dolls, possano tornare presto a far risplendere i loro dentini più o meno finti senza lasciarcene i segni sulla pelle.

Vi invito, nel frattempo, a scaricare lo scritto di Federico, e ad apprendere così quanto esattamente “annamo bene”. E gli suggerisco un sottotitolo: “Anche i bamboccioni, nel loro stanzino, si incazzano”.

Mail a un Nabaztag mai attivato

nabaztag

Caro Nabaztag, che giaci coricato, appena scartato, come stai? Stai male, vero?

Io, ti ho preso per fare un regalo del cavolo, ma poi mi sono vergognato di darti concretamente alla persona per cui ti avevo scelto, perché in fondo ho scoperto che non la odio abbastanza.

È da tanto che mi stai antipatico. Non mi sta antipatica la gente con cui te la fai. Ma tu si, tu tanto.
A volte i tuoi padroni mi fanno tenerezza, altre volte imparo dalle loro esperienze come potrò, al negativo, trattarti io. Altre volte, ho davvero difficoltà a classificare la gente che parla di te. Ma vedo anche che c’è qualcuno che la pensa in maniera simile alla mia.

Oh, ti comprerei delle orecchie di ricambio color oro, solo per poi staccarti quelle che già hai, e lasciarti esangue a guardare quel lusso sprecato sulla testa di una tazza a forma di Paperino.

Sei lì, che ti aspetti di essere attivato, connesso, interagito. Ma invece io giocherò con te facendoti lottare contro gli altri pupazzi: analogici, pelosi, anni ‘80. Muovendoti, agitandoti, tenendoti stretto in mano, come si fa con un Master o un Big Jim, particolarmente big (la linea non è mai stata un tuo problema, vero? Ora vedrai, senza carote usb da sgranocchiare). Sarai come un loro nemico alieno venuto da qualche pianeta in cui non voglio capitare, in cui i conigli leggono i twit ad alta voce e si illuminano di verde quando sono contenti di vedere i loro padroni.

E nelle sere in cui sarò davvero ancora più incazzato, con te, mio Nabaztag, ti farò innamorare di Hello Kitty, che ti chiederà di convivere nella casa di Barbie di mia sorella.

mukka

Sappi che non ti chiamerò mai in altro modo. Non ti darò teneri nomi da coniglietto digitale. Nabaztag, Nabaztag, Nabaztag. O con tutti gli errori di pronuncia, anche molto freudiani, che mi verranno alla mente mentre ti vesso o ti insulto. Come certi padroni che vogliono fare gli spiritosi chiamando il loro cane: “cane”, senza però che io voglia in alcun modo essere spiritoso con te, ma solo cattivo, cattivo fino a che forse non ti attiverai da solo, per fuggire il più possibile lontano da me.

O Nabaztag, se il primo coniglio intelligente che entra in casa mia, e non solo anche l’ultimo, ma soprattutto il primo che ne uscirà come pezzo di ricambio per una Mukka Bialetti (mostruosa reincarnazione, segno che non c’è limite all’abominio) che non reggerà ad un solo cappuccio, sciogliendosi sul fornello in una fine fin troppo rapida.

Con questo ti saluto, guardandoti in cagnesco, mentre tu mi supplicheresti in conigliesco, se solo fossi acceso.

(grazie a Marco per l’ispirazione fornitami)

Lost: tutto è perduto?

Mi perdonino i fan più accaniti di Lost, ma un po’ lo ero anch’io, e vedere ieri la terza stagione doppiata in italiano su Rai Due, mi ha davvero dato un dispiacere. Domani il pezzo completo su l’Opinione.

Lost è ripreso anche su Rai Due (dopo che Fox Italia, sul satellite, ne trasmette la terza stagione dal 1° di ottobre), e si è avverato tutto quello che ce ne era stato maldestramente anticipato – da siti, amici, giornalisti, o da gente che, pur essendo tutte e tre le cose contemporaneamente, trova comunque il tempo di “spoilerare” (tremendo anglismo per dire “rovinare sorprese riguardo a sviluppi di trame di cui si sa già quasi tutto comunque”) – privandoci dunque del piacere di scoprire da soli quanto questa edizione sia ancora peggiore della seconda.

La pigra autoreferenzialità e il cieco manierismo, ormai, dominano un intreccio che, nella prima serie, aveva promesso tanto agli spettatori, anche in termini di un certo realismo. E aveva avuto un tale successo di ascolti che era stato visto e riconosciuto “esempio di perfetto realismo” perfino da spettatori sintonizzati sulle isole deserte più vicine a quella utilizzata per il set.

[...]

Oggi, tutto si ripete, pur complicandosi all’infinito, e il motivo per cui speriamo che lo stesso tutto finisca il prima possibile è diametralmente opposto a quello di qualche anno fa: non perché siamo curiosi, ma perché insofferenti.
Dove nella prima gloriosa stagione ogni cosa era rigore e precisione, anche i misteri e il non-detto, oggi è solo incertezza tangibile non solo del pubblico, ma evidentemente anche degli sceneggiatori. Anche quello che avremmo dovuto indovinare o supporre era creato con la stessa accuratezza della storia, mentre si sviluppava, come se una contro-trama, fatta di reticenze e allusioni, potesse correre insieme a quella visibile (almeno, nell’immaginazione degli spettatori abbastanza medio-alti da non aspettare la puntata in cui Kate sarebbe misteriosamente apparsa con il seno rifatto, cosa che non è poi avvenuta concretamente).

La vecchia allegoria dell’umanità che si deve guardare tanto dagli apparentemente cattivi, quando dai chiaramente buoni (vecchia e affascinante almeno quanto le leggende popolari che ispirarono il librettista del Flauto Magico di Mozart) - perché gli ultimi saranno i primi, i buoni possono incattivirsi, e soprattutto non c’è più religione - forse non funziona più per Lost che, certo, avrà infranto molti schemi nel comporre una trama di serial (multi-narrazione, multi-livello), ma anche le pazienze di un pubblico che la venerava. Con l’esclusione, naturalmente, dei fan più hard-core: almeno tutti quelli che si fanno chiamare Losties nei vari forum web, in cui confutano il peggioramento della serie con argomentazioni fantasy, citando il riscaldamento globale o la fuga di cervelli dall’Italia. [...]

Babbo Natale m’è friend a me!

Secondo quelli che molti definiranno gli ultimi rumors, ma secondo me sono soltanto le prime manifestazioni di una verità che doveva venire a galla, prima o poi, Babbo Natale esiste, è vivo e non solo lotta insieme a noi - e alle sue renne - ma, soprattutto, ha un fan blog eccezionale.

In più, ha pure un profilo su Facebook cliccatissimo e dotato di una friend list da fare invidia a una modella sudamericana anche non estremamente dilettante: aristocratici europei, studenti greci ad Harvard, me. Io lo ho aggiunto anche su Twitter.

“Nicolas S. Claus” è di idee politiche “very liberal” - non ne dubitavo - e spero che usi di conseguenza l’applicazione Gifts, di serie su Facebook.

Per il suo cappello opta per della pelliccia sintetica quanto ecologica, e non mancherà di sorprendervi ancora se seguirete il suo fan blog.

P.S.
Dicono anche che dietro tutto ci siano dei piccoli aiutanti che rischiano di rubare il posto al loro nuovo cliente in fatto di telegenia.

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